Familia
Coda contaminata.
dell’avvocato Gustavo La Serra – tesserato UCI
Ogni mese ospitiamo la recensione di un socio UCI (Unione Codisti Internazionale), che riunisce esperti di titoli di coda da tutto il mondo.
La cecità è uno spettro con diverse percezioni. Non coincide sempre e necessariamente con l’assenza totale di immagini. Talvolta alla retina arrivano comunque ombre, forme, bagliori: stimoli incerti, ma pur sempre provenienti dal mondo esterno.
Per noi codisti non è poi così diverso. Durante la proiezione indossiamo una maschera scura sugli occhi, e, tuttavia, continuiamo a intercettare luci forti, colori accesi, movimenti particolarmente decisi. C’è chi preferisce chiudere del tutto gli occhi, per escludere ogni residua sensazione visiva. Io credo, invece, che l’arte del codista possa – anzi, debba! – trarre beneficio da una certa contaminazione tra la prima e la seconda parte del film.
Del resto, di fronte alle critiche di alcuni pur stimabili colleghi, ricordo sempre che noi – eccezion fatta per qualche integralista – non indossiamo tappi per le orecchie. Non siamo, dunque, del tutto indifferenti a una componente sostanziale della prima parte di qualsiasi prodotto audio-visivo.
Eppure, per i primi quasi centoventi minuti di Familia, in sala regna un silenzio glaciale. I dialoghi sono spesso accesi, e non mancano certo urla e schiamazzi, ma tra gli spettatori non si avverte alcuna reazione. I miei occhi, pur aperti sotto la mascherina, non colgono nulla se non scale di grigi sempre più prossime al nero.
Solo quando avverto il fruscio delle maniche degli impermeabili ancora leggermente umidi di quei pochi che, pur di non guardare i titoli di coda, preferiscono tornare fuori in questa fredda e piovosa serata invernale, posso finalmente togliere la mascherina.
All’inizio, niente di sorprendente: nomi in bianco, a comparsa, al centro dello schermo, su fondo nero. Il brano scelto, parte delle musiche originali del film, accompagna i nomi che presto cominciano a susseguirsi nel tradizionale, seppur piacevolmente lento, scorrimento verticale.
Lo sfondo resta nero, i nomi bianchi, i caratteri invariati nella loro misura. Insieme all’inquieta dolcezza della voce della cantante, tutto concorre a generare un senso che non è quello di una pace risolutiva né di un semplice lieto fine. Si ha la netta sensazione di una quiete conquistata, segnata dalle ferite del passato. Un respiro dopo una colluttazione violenta.
Il connubio testo e musica, va detto, emoziona ancora una volta. E, devo ammetterlo, sul finire dei titoli di coda ho dovuto rimettere la mascherina per non farmi vedere. Non sono riuscito a trattenere le lacrime.
Voto: 8
Premio “Il codista del mese” per il nome più brutto: non assegnato.
L’UCI ha un’unica, semplice regola: i suoi iscritti rimangono in sala ad occhi chiusi fino a quando il film finisce, perché per loro il vero spettacolo inizia quando tutti gli altri vanno via. A volte, basta una tenue storia d’amore tra il capo attrezzista e l’assistente parrucchiera – i loro due nomi che si inseguono in una corsa verticale senza speranze – per uscire in lacrime dalla sala.
Per tesserarti all’UCI e ricevere in omaggio una mascherina per gli occhi personalizzata, invia a uci.segreteriaorganizzativa@gmail.com una lettera di motivazione e un’analisi codistica di tua produzione.
