Oltre il sangue
La famiglia come governo dell’interdipendenza.
di Mariano Croce
Mariano Croce è professore associato di Filosofia Politica e Filosofia Sociale presso Sapienza Università di Roma. È co-direttore della linea di ricerca “Redefining Kinship” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Anversa (Belgio). Tra i suoi libri ricordiamo The Politics of Juridification (Routledge 2018), The Legacy of Pluralism (Stanford University Press 2020, con Marco Goldoni) e Carl Schmitt’s Institutional Theory: The Political Power of Normality (Cambridge University Press 2022, con Andrea Salvatore).
In Italia, ma non solo, le recenti polemiche sulla trascrizione degli atti di nascita di bambinə natə tramite procreazione medicalmente assistita all’estero hanno riaperto, con il consueto fervore da talk show, una discussione che da due secoli attraversa l’Occidente come una faglia non pacificata: che cos’è la famiglia?
Dinanzi a una questione tanto epocale, si rinnova l’umana tendenza a cedere a un recondito bisogno di rassicurazione: come fosse la vestale di un’umanità sempiterna e ancestrale, la famiglia viene presentata come una pratica “naturale”, antichissima, fondata sull’unione progenerativa tra un uomo e una donna. Da qualche decennio in qua, tuttavia, una prospettiva assai diversa incrina e confonde un tanto conciliante quadro. La famiglia è (anche) altro: pratiche altrettanto naturali, ma molto meno legate alla procreazione, almeno per come l’abbiamo a lungo conosciuta; è il luogo in cui ci si sceglie, ci si prende reciprocamente cura, si condividono beni e si distribuiscono responsabilità. Ed è proprio nella crescente discrepanza tra questi modi di fare famiglia e le categorie con cui li si continua a descrivere che entra in gioco il termine più frainteso del dibattito odierno: queer.
Per arrivare a un termine tanto ingombrante, però, è necessario compiere un passo preliminare, e all’indietro: la famiglia monogamica, romantica ed eterosessuale – quella che oggi, nel dibattito politico, viene presentata come fondamento naturale dell’umano (e da cui non si discosta neppure la nostra Costituzione, all’art. 29) – nelle scienze sociali è considerata un’invenzione relativamente recente. Solo tra Otto e Novecento si è consolidata la tesi, che per errore si crede condensi il buon senso, secondo cui la cellula primordiale della società sarebbe la coppia monogamica con prole. Una tesi pervasiva nelle nostre latitudini, ma tutt’altro che universale. Nel secondo Novecento, una vasta mole di studi storici, sociologici ed etnografici ha mostrato con chiarezza quasi imbarazzante come, in diverse circostanze geo-storiche, la famiglia nucleare non esista: il nucleo fondante è raramente diadico, la cura della prole è distribuita e i legami non si costruiscono attraverso il sangue, ma tramite la condivisione del cibo, l’allattamento, lo scambio di beni, l’ospitalità.
A inaugurare questa linea di studi fu il noto antropologo David Schneider, che negli anni Settanta e Ottanta mostrava come l’ossessione occidentale per il sangue sia una sorta di complesso euro-americano, e per certo tutt’altro che universale. Poco dopo, la più giovane collega Kath Weston rafforzava tale tesi indagando i molti modi in cui, anche nell’Occidente contemporaneo, i legami familiari si formino per scelta e non per biologia. Non sorprende che questi approcci abbiano suscitato reazioni al limite dell’isteria: è celebre, almeno tra chi frequenta gli studi antropologici sulla parentela, la vivace reprimenda di Warren Shapiro, secondo la quale mettere in discussione il primato della famiglia nucleare sarebbe non solo scientificamente errato, ma addirittura parte di un attacco al cuore dell’Occidente. Con ogni evidenza, il dibattito sulla famiglia esonda dal campo delle scienze umane per collocarsi in un immaginario politico-morale dominato dal timore di veder perduta la propria grammatica più intima.
È a quest’altezza che occorre introdurre il termine queer, nato decenni fa come insulto: “storto”, “bizzarro”, “fuori linea”. È proprio il carattere deviante a renderne utile l’impiego: queer non indica una popolazione specifica di individui accomunati da caratteristiche biologiche o da preferenze sessuali. Piuttosto, segna un punto di attrito rispetto all’ordine delle cose. In questo senso, il queer è un indice più che una categoria: è ciò che emerge quando una pratica sociale non entra più nella semantica sociale consolidata. Per questo definire “queer” le famiglie non monogamiche, allargate, plurigenitoriali o semplicemente non conformi al modello “coppia con prole” è un uso commendabile del termine: serve a segnalare che la griglia di significati che ancora regola la famiglia abbisogna di un ripensamento.
Dagli studi sociologici sulla famiglia emergono tre grandi aree di configurazioni queer, che eccedono le forme oggi disponibili di regolazione:
Deviazioni interne al matrimonio: matrimoni seriali, monogenitorialità, unioni tra persone dello stesso sesso. Si tratta di configurazioni ormai diffuse, ancora trattate come “eccezioni” rispetto a un modello diadico che, per ironia della sorte, è ormai minoritario nei fatti.
Rotture tra riproduzione biologica e genitorialità: pratiche di adozione, procreazione medicalmente assistita, gestazione per altrə.
Parentele elettive: convivenze non sessuali basate sulla condivisione di beni o oneri, forme di coabitazione collettiva, nuclei non co-residenziali che praticano comunque cura e responsabilità condivise.
Il diritto di famiglia si trova oggi in una fase di transizione: come l’acqua che sembra acqua finché, impercettibilmente, non si rivela ghiaccio, così la società, che ancora si immagina fondata sulla coppia monogamica, si mostra nei fatti pluriforme. Benché non tutto ciò che esiste sia per ciò stesso meritevole di riconoscimento statale, ignorare fenomeni sociali radicati equivale a un rifiuto del principio di realtà. Se il diritto statale insiste nel considerare “naturale” ciò che è solo storicamente dominante, si espone al rischio peggiore per ogni ordinamento: lo scollamento irreversibile tra norma giuridica e vita sociale.
La soluzione – che qui posso solo accennare – non consiste nell’abolire il matrimonio o nel moltiplicare indefinitamente le categorie normative. Piuttosto, occorre passare da un diritto che pensa per blocchi categoriali stabili (matrimonio, nucleo diadico, filiazione, adozione) a un sistema “modulare”, in cui le responsabilità possano essere distribuite tra più adultə, i diritti successori dipendano da accordi tra le parti, e cura e responsabilità genitoriale siano svincolate dai legami di sangue, mentre lo Stato, senza certo limitarsi a un ruolo notarile, previene e contrasta gli squilibri di potere.
Per fornire un esempio, un modello di riconoscimento articolato assieme al giurista belga Frederik Swennen è quello che definiamo “cont(r)attualizzazione”. La “r” parentetica indica un movimento dai contatti ai contratti, o, più precisamente, la necessità che il diritto guardi ai “punti di contatto” effettivamente creati dai membri delle formazioni familiari mentre essi producono le proprie reti normative. Come passaggio fondamentale, la cont(r)attualizzazione considera le persone che cercano il riconoscimento giuridico come “utenti del diritto”, ossia come soggetti che tentano di consolidare la normatività che essi stessi producono all’interno dei contesti internazionali che hanno contribuito a istituire. In questo quadro, il processo di riconoscimento non impone la camicia di forza di categorie prototipiche, bensì apre uno spazio alla normatività sociale che confluisce nel corpo giuridico e ne modifica singole parti.
In breve, si tratta di fare spazio a una policromia normativa capace di descrivere giuridicamente ciò che già esiste socialmente, senza costringere alcunə a rinunciare alle proprie forme di vita, e con ciò riconoscere che la famiglia non ha una natura determinata nei suoi contenuti – i quali mutano da contesto a contesto – ma è un dispositivo di governo dell’interdipendenza.
Al contempo, il queer applicato alla famiglia non vuole designare un’alterità esotica di cui stupirsi o da celebrare. Indica piuttosto il punto di caduta in cui la tradizione perde le sue vesti di “naturalità” e torna a essere ciò che è: una forma storica tra molte. Che ci piaccia o no, la famiglia monogamica eterosessuale non è in pericolo: è semplicemente tornata a essere ciò che era prima di diventare un dogma fondato sul sangue, vale a dire una configurazione relazionale tra le altre. E l’unico modo per difendere davvero la famiglia – tutte le famiglie – consiste nel riconoscere che la nostra vita collettiva si regge non sul sangue, ma su un’esigenza più antica, più umana, più radicale: la dipendenza reciproca e la sua regolazione. Il resto è nostalgia. E, come ogni nostalgia, rischia di rispondere al comprensibile bisogno di rassicurazione con pratiche di negromanzia sociale assai poco efficaci.
