Questa non è Gotham City
Azioni e reazioni: la microcriminalità minorile, la sfiducia dei cittadini e la risposta autoimmune di Articolo 52.
della Redazione
Come risulta dai dati pubblicati dal Ministero dell’Interno, la microcriminalità, ossia il complesso degli atti vandalici e dei reati di minor gravità, è in aumento nelle principali città metropolitane italiane, specie in quelle del Nord. Benché non sia ancora possibile parlare in generale di un trend positivo, (quella post-Covid è una risalita in controtendenza rispetto a un decennio di tassi di criminalità in calo) descriviamo in maggior dettaglio la situazione restringendo l’attenzione ai minorenni. Tra il 2022 e il 2023 si è registrato un aumento di oltre il 7% delle rapine sul territorio nazionale. A questo fenomeno si lega un’altra tendenza, che per ovvi motivi non può essere definita “microcriminalità”, ma che vede spesso per protagonisti gli stessi attori: i giovanissimi organizzati in gang. Ecco, quindi, che nel medesimo periodo aumentano le segnalazioni di minorenni per violenza sessuale (oltre l’8% in più) e per lesioni dolose (in aumento di quasi il 2%). Tuttavia, in considerazione anche delle altre tipologie di reato (furti, estorsioni, minacce, risse…), si registra complessivamente una diminuzione di circa il 4%. Fino a quando la Polizia criminale non pubblicherà i dati relativi al 2024, comunque, non si potrà parlare con certezza di una diminuzione, dato il forte aumento registrato nel biennio precedente.
In effetti, come si accennava, è in qualche misura opportuno differenziare il ragionamento città per città: rispetto ai livelli pre-Covid, Milano registra un aumento del 4,9%, Torino del 7,6% e Roma è maglia nera con un +16,7%, mentre il tasso di criminalità è in calo a Firenze (-3,9%) e Bologna (-5,6%). Alla maggior parte dei nostri lettori, specie se provenienti dalle città citate, questi dati non faranno che confermare un’impressione: dall’amico derubato di una collanina al parente rapinato, pressoché chiunque ha, tra i suoi prossimi, la recente vittima di un petty crime. È interessante, allora, sapere non solo quanto la criminalità sia aumentata, ma anche quanto la gente pensa che sia aumentata. È questo l’argomento centrale del report La criminalità: tra realtà e percezione, pubblicato nel maggio 2023 a firma congiunta del MI e dell’Eurispes. Come viene riportato, una persona su quattro si sente più a rischio rispetto agli anni precedenti, e il dato raddoppia quando la domanda viene fatta per le singole tipologie di reato.
Per i rispondenti, la principale causa dell’alto tasso di criminalità è da ricercarsi nel disagio sociale. All’ultimo posto è invece la risposta «l’eccessiva presenza degli immigrati», fornita da meno del 5% del campione; un dato che viaggiava attorno al 12% mentre Salvini era all’apice del gradimento. Eppure, ancora una volta, se la domanda «Delinquono di più gli Italiani o gli stranieri?» viene posta relativamente ai singoli reati, la scelta ricade nettamente sui secondi nel caso di furto in abitazione, violenza sessuale, scippo, furto di mezzi, traffico di stupefacenti, lesioni, rapina… Nel caso dei minori, in effetti, «Tra il 2010 e il 2022 [...] la distribuzione delle segnalazioni per nazionalità mostra un trend differenziato: le segnalazioni di minori italiani sono diminuite del 16,13%, mentre quelle di minori stranieri sono aumentate del 75,12%», riporta l’Eurispes nel trentaseiesimo Rapporto Italia. Quello che è probabilmente accaduto, quindi, è che la cittadinanza ha iniziato a percepire la causa della delinquenza non nella nazionalità in sé e per sé, ma piuttosto nella difficile condizione sociale cui spesso si accompagna lo status di immigrato.
Ci si conceda una breve parentesi per smentire una comune (tra i milanesi) interpretazione del fatto che Milano abbia, negli ultimi anni, il tasso di criminalità più alto d’Italia: «Al Sud denunciano meno», si sente spesso dire. In realtà, come risulta dal report ministeriale, la percentuale di vittime che hanno denunciato il reato subito è del 42% al centro e del 46% al Sud, in linea con il 47% del Nord-Est e addirittura superiore al 39% del Nord-Ovest. Ugualmente basso dappertutto.
Certo è che un sentimento diffuso di odio ha preso piede nel milanese nei confronti dei cosiddetti “maranza”, dando vita a una copia Made in Italy dei vigilantes americani, l’ormai estinta Articolo 52. Bande di picchiatori? Squadracce? I vostri “amichevoli ras di quartiere”? Loro preferivano definirsi un “movimento anti-crimine”, con l’obiettivo di adempiere al sacro dovere civico di difendere la Patria (che è proprio il primo comma di quel lemma costituzionale citato nel nome): vendicare il derubato, massacrare il ladruncolo, ristabilire con la violenza l’ordine. Una via di mezzo tra Robin Hood e I mercenari di Sylvester Stallone, insomma. Hanno rapidamente raggiunto i 7000 iscritti sul canale Telegram “Gli Orgogliosi”, che usavano per organizzarsi e dividersi per zone. Il tutto è però stato un fuoco di paglia: le immediate indagini della Procura hanno costretto i soci a dileguarsi e chiudere i canali social («Ce l’hanno fatta…», annunciavano mogi su Telegram). Ma lo spegnersi di questo caso particolare non chiude la questione fondamentale: se una cosa del genere è potuta accadere, è perché la mancanza dello Stato, in qualche modo, è avvertita.
Tanto i microcrimini quanto la risposta illegale autorganizzata raccontano di una condizione di profondo disagio avvertito da diverse fette della popolazione. C’è senza dubbio chi si trova a subire furti e reati di vario genere e sente il bisogno di tutelarsi, là dove avverte che uno dei compiti fondamentali dello Stato, la difesa dei suoi cittadini, non è adempiuto. Il rovescio della medaglia è, tuttavia, un’altra forma di profondo disagio, che si esprime in azioni illecite ai danni del resto della collettività. I due versanti sono pari manifestazioni di lacerazioni del tessuto sociale e del patto implicito tra Stato e cittadini che, se ignorate, rischiano di logorare i presupposti di una sana cittadinanza.
Le azioni dei vendicatori di Articolo 52 vanno a inserirsi proprio in una delle prerogative centrali dello stato moderno, così come inteso dai primi e più noti teorici a cui molte delle nostre tradizioni si rifanno. Non c’è bisogno di tornare a leggere Hobbes o Locke per ricordarci che l’apparato statale ha, tra gli altri, il compito di garantire la sicurezza dei suoi cittadini, nonché di un equo giudizio. Se la possibilità di giudicare la colpevolezza di un’azione fosse indistintamente nelle mani di tutti, è chiaro, gli esiti sarebbero quanto meno complessi. Basti pensare a cosa accadrebbe se eliminassimo l’arbitro da una partita di calcio: forse le infrazioni più evidenti permetterebbero un accordo tra le parti, ma sono innumerevoli le azioni che se guardate dal punto di vista della propria squadra appaiono ampiamente lecite, mentre, a parti invertite, saremmo i primi a invocare come falli. L’arbitro ha una funzione chiara: in virtù della sua terzietà ed imparzialità osserva e stabilisce chi infrange una regola e in che modo.
Per certi versi, la questione è analoga anche nella vita di tutti i giorni. In alcuni casi, pare ovvio, certe infrazioni commesse meriterebbero immediata ed indiscussa punizione; in altri, lì dove la responsabilità dei fatti non è così chiara, naturalmente ci rimettiamo al giudice. Les jeux sont faits!, il nostro sistema è solido, il processo snello: rimanderemo i casi “delicati” alle autorità, dove strettamente necessario, mentre per tutte quelle questioni di più immediata soluzione possiamo forse farne a meno. In fondo, sappiamo tutti quanto processi ed accertamenti nel nostro Paese richiedano anni. E tuttavia, un ultimo dubbio sorge, prima di poter liquidare la questione: chi decide quali sono questi casi “non delicati”? Quelli che non richiedono l’intervento dell’autorità? La risposta: nessuno. L’impalcatura del nostro sistema statale, con tanto di divisione dei poteri, pesi e contrappesi, ha tra i suoi fondamenti l’idea che le infrazioni possono essere giudicate e, eventualmente, sanzionate solo dall’autorità preposta. Se rinunciassimo a giudici e istituzioni, ammetteremmo la possibilità di giudicare da noi casi di serie A e casi di serie B, aprendo all’inevitabile anarchia che ne conseguirebbe.
Il crimine non si combatte con le proprie forze o quelle di improvvisati supereroi: non siamo a Gotham City. Eppure, è comprensibile che una voce simile, pur in una sua forma patologica, si sia levata. Ma il problema che denuncia si risolve non con le formule magiche, bensì con l’impegno a ristabilire la fiducia nelle istituzioni e nelle Forze dell’Ordine.
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